L’elefante nella stanza

 Elephant in the Room by Mark Bryan

Amiamo guardare le cose, nel dettaglio. Troviamo sia bello, anche se quello che osserviamo può non piacerci.
Affinare lo sguardo è uno strumento utile e lo è per tanti motivi, tra cui la sopravvivenza. Affinando lo sguardo osserviamo meglio noi stesse/* e non ci piace, nasconderci dietro un dito, anzi come recita un famoso monologo «è la peggior forma di vigliaccheria, questo avere così tanta paura di se stessi da coprirsi gli occhi piuttosto che affrontarsi».
Rispetto al lavoro sessuale poi c’è un elefante nella stanza.
Il simbolico.

Una delle critiche che viene mossa alle lavoratrici sessuali, almeno da chi si è soffermat* un minimo a riflettere sulla questione, è che il nostro lavoro, che il lavoro sessuale in quanto donne, reitera l’immaginario patriarcale. E’ un piano simbolico questo che vede le donne “a servizio” degli uomini.
Un simbolico che può reiterare una volta di più l’asservimento del corpo femminile al desiderio maschile.

Molte di noi, nella nostra vita reale, hanno fissato lo sguardo più e più volte su questo piano simbolico: ne conosciamo bene le declinazioni, i vari aspetti che può assumere. Il nostro lavoro ci consente di guardare da molto vicino questo “paradigma”, questo immaginario patriarcale e lo riconosciamo. Si, certo, esiste e a volte si concretizza. Per questo è bene conoscerlo ed imparare a non farsi schiacciare e fin dove si riesce a creare spostamenti significativi.

E’ vero il nostro lavoro, simbolicamente, può reiterare quel paradigma. Ma tra l’idea di noi e il nostro lavoro, ci siamo noi persone reali, ci sono i nostri corpi reali che si relazionano in maniera diretta e consapevole con questo immaginario tentando di metterne in luce ogni aspetto. Dire che attraverso il contatto diretto, attraverso la relazione umana, si può sempre intervenire in maniera “trasformatrice” sarebbe un’ affermazione decisamente ottimista. Purtroppo molto spesso le persone  sentono e vedono quel che vogliono sentire e vedere, ma un margine c’è. Però questo non è il punto che interessa chiarire ora, ci sarà modo di tornare sul “margine di intervento possibile”, nel nostro lavoro come in altri. Quello che si evidenzia è che la “critica del piano simbolico” è una critica a senso unico e incompleta se  fatta in modo strumentale o se si applica esclusivamente al lavoro sessuale esercitato da donne.

Presupposti.
Tanto per dare le coordinate, bisognerebbe assumere che la “valenza simbolica del lavoro sessuale” cambia a seconda del genere di chi vende e di chi acquista prestazioni sessuali. In altri termini bisognerebbe in primo luogo ammettere che non è “il lavoro sessuale” in assoluto a reiterare stereotipi patriarcali e sessisti, ma lo è esclusivamente la vendita di prestazioni sessuali da parte di donne (cis) e l’acquisto da parte di uomini (cis e non?).
Questo già sarebbe più onesto e non è fare questioni di lana caprina. Come detto, per orientarsi, analizzare e provare a cambiare la realtà è necessario guardare bene e a fondo gli elementi che la compongono e le connessioni tra i diversi aspetti.

Adottando questa premessa sarebbe utile e interessante sedersi intorno ad un tavolo e analizzare tutta la problematicità e la portata dell’elemento simbolico. Ma c’è un altro fattore che ci impedisce di intavolare discussioni serie e approfondite con chiunque sull’argomento: per fortuna possiamo scegliere i/le nostr* referenti.

L’argomento del “piano simbolico”, questo elefante che viene nominato senza vedere come è fatto,  per la maggior parte delle volte viene impugnato come una clava contro di noi da persone che sorvolano con molta leggerezza sul fatto che molti lavori e ruoli “riservati” alle donne foraggiano lo stesso identico elefante. Proprio precisamente  quello, se si vuole guardare davvero. Quello stesso immaginario prevede che il ruolo femminile sia quello di cura, declinata in tutti i modi possibili. E ancora è quello stesso immaginario che definisce in modo  legittima (in altri termini è buona e giusta o “migliore”)  la sessualità femminile esclusivamente all’interno di rapporti romantici, meglio ancora se sanciti da matrimonio (ups, anche qui l’ elefante: il matrimonio è un istituto di origine patriarcale).
Crediamo che sorvolare sia indice di rimozione, di analisi parziale. Questo rimosso semplicemente “falsa” le disussioni, che vengono costrette in manicheismi se non si può tenere conto delle complesse articolazioni nelle scelte di sopravvivenza delle donne in particolare. Ovviamente non stupisce che si voglia parlare della “valenza simbolica del lavoro sessuale” (nei termini descritti sopra sarebbe meglio) anzi , ma stupisce e offende che sistematicamente non si voglia parlare della valenza simbolica di tutti i lavori di cura e del matrimonio (eterosessuale in primo luogo). Dichiararsi abolizionist* in base a questa valenza simbolica per noi può avere senso in un contesto in cui si prendono in considerazione tutti i lavori e ruoli (“diversamente” retribuiti) che alimentano simbolicamente questo enorme elefante. Ci sono poi anche altri elefanti che si dondolano sullo stesso filo, ma “questa è un’altra storia”.
In conclusione non riteniamo chi non assume uno sguardo radicale nei termini del “simbolico” un/una interlocutrice/ore valido/a e cercheremo di evitare discussioni interminabili e spesso offensivi sulle nostre scelte.
Un’Ombretta.

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Cosa vedono le(i )sex-workers

Perchè mai una donna consapevole sceglie di fare la sexworker?

Questa è una domanda che sentiamo ripetere spesso, o meglio non viene posta in questi termini, molto più semplicemente si afferma che non è possibile e che se ci sono persone che hanno scelto liberamente il lavoro sessuale c’è sempre qualcosa che non va, a cominciare dalla consapevolezza.

Da questo assunto di base, le sexworker, noi, ci troviamo nella strana posizione di dover dimostrare di essere senzienti. Che siamo in grado di ragionare e di fare delle scelte.

L’esperienza ha del surreale ci potete scommettere. Davvero è difficile capire perchè finchè non diciamo che facciamo sexwork nessuna e nessuno mette in dubbio la nostra capacità di ragionamento, addirittura ci si scambiano opinioni e consigli sulle questioni più disparate, da quelle più generali a quelle più intime.
Invece se, in prima battuta, facciamo coming-out come lavoratrici sessuali entriamo in una strana realtà parallela in cui non veniamo riconosciute.

Tutte noi conosciamo bene questo fenomeno dello “sdoppiamento” ed è uno dei motivi che ci spingono a non dichiarare il modo in cui abbiamo scelto di sostenerci economicamente. Tutte viviamo in due contesti: uno in cui si parla liberamente di tutto, un altro in cui si parla liberamente di quasi tutto. A volte, spesso, succede che con qualche persona che ci conosce, magari da tempo, decidiamo di dichiarare, finalmente, anche la nostra attività lavorativa e in questo caso diventa difficile per chi ascolta separare le noi che conosce dalla nuova informazione. Magari c’è un pò di spaesamento perchè l’ “immagine” della sexworker, della “puttana” non collima con quello che ha esperito fin’ora con noi. E’ necessario un aggiustamento, deve modificare l’immaginario in relazione alla categoria “lavoratrice sessuale”.
Questo avviene più frequentemente con alcune donne. Spesso gli uomini sanno che le sexworker sono persone tanto quanto loro, perchè ne hanno conosciuta qualcuna prima.
Magari devono sempre fare un aggiustamento perchè se ne conoscono le hanno conosciute solo nei contesti specifici in cui si è certi di trovare sexworker, che sono per la maggior parte “luoghi deputati” in cui non si va per parlare di politica ad esempio (anche se talvolta capita). Questa separatezza crea in parte la percezione distorta che si ha del sexwork. Questo esisterebbe solo in quel mondo preciso, slegato dal resto in cui le persone esprimono aspetti di sè che “nel’altro mondo non esprimono” e una volta uscite/usciti si trasformerebbero come per incanto in altre persone:
noi diventeremmo persone senzienti a patto di non rivelare la frequentazione del mondo segreto, i clienti diventano non-clienti, mariti, fidanzati, amanti e padri insospettabili, che in nessun modo porterebbero con sé l’esperienza appena vissuta. Magie.

Noi però non crediamo alle magie. Non queste almeno. Noi rimaniamo noi stesse, senzienti dentro e fuori dal lavoro sessuale e i clienti non smettono di essere clienti appena chiusa la porta del mondo segreto.

Chi vede tutto questo? Solo chi ha attraversato la porta.

Ombretta Rossa

nota – Ho declinato al femminile il termine sexworkers perchè in questa sede l’accento è sulla percezione che si ha in particolar modo delle donne coinvolte nel lavoro sessuale da una prospettiva sopratutto etero mentre si potrebbe aprire una lunga parentesi sulla diversità della percezione del lavoro sessuale in ambienti gay rispetto a quello degli ambienti etero. E, chiaramente, se un uomo decide di lavorare con il sesso non viene messa in dubbio la sua capacità di intendere e di volere.

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17 Dicembre – giornata internazionale contro la violenza che colpisce i lavoratori e le lavoratrici del sesso.

Il 17 dicembre è la giornata internazionale contro la violenza che colpisce i lavoratori e le lavoratrici del sesso. Vogliamo celebrare questa giornata sostenendo il presidio di fronte al CIE di Ponte Galeria come atto di solidarietà con le donne migranti rinchiuse nella prigione in condizioni di vita terribili.

Siamo un gruppo di sex worker e altre alleate-i. Come tali, lottiamo contro la violenza contro tutte le donne, cis e trans, buone e cattive, abili e disabili, di ogni nazionalità, classe sociale, età, religione ed etnia.

Siamo solidali con tutte le donne che si ritrovano, per circostanze, costrizione o scelta a vendere sesso per vivere e che resistono non soltanuto alla violenza razzista e di genere ma a tutti i dispositivi di militarizzazione dello stato e di controllo dei confini che le vittimizzano attraverso leggi sulla protezione. Troppo spesso dietro la vittimizzazione delle leggi e del controllo delle forze dell’ordine – e delle loro violenze – si nasconde la scusa per il controllo dei corpi, per la deportazione o il rifiuto dei documenti con il pretesto ipocrita di combattere la tratta.

Il sistema repressivo e carcerario ha come solo obiettivo il controllo della migrazione e la pulizia delle strade per la tranquillità dei/delle benpensanti accampando la scusa di liberare le donne dalla schiavitù e dalla coercizione. Sostenere la lotta per i diritti di chi lavora vendendo sesso significa sostenere chi, come la maggioranza dei soggetti nel sistema capitalista attuale, si trova a svolgere attività remunerativa e lavorativa per affrontare condizioni difficili di vita. Chi si ritrova, ad esempio, ad essere madre, spesso single, senza entrate economiche sufficienti, o chi affronta discriminazioni sul lavoro perché è trans, o chi, come molti-e migranti ma anche italiane-i, non ha molte o nessuna opzione per sopravvivere, o anche chi, più semplicemente, lo vede come la via più veloce per uscire dai debiti.

Siamo chiaramente contro ogni forma di abuso, sfruttamento, tratta e coercizione e ci batteremo affinché si ponga fine a ogni tipo di violenza e sfruttamento. Ci battiamo per una politica che includa le voci e i bisogni di chi vende sesso per vivere, che metta fine alla violenza perpetuata contro di noi con leggi esistenti e che appoggi, sostenga e dia opzioni concrete, diritti, appoggio e documenti a chi deve e vuole migrare per sopravvivere, per cercare una vita migliore e per fuggire da fame e guerra.

In Solidarietà con le recluse nel CIE.

PRESIDIO AL CIE DI PONTE GALERIA

Ore 15.30 – Appuntamento Stazione Ostiense

Per prender il treno tutte-i insieme.

volantino

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